MARS PAVILION
un laboratorio di resistenza artistica nel cuore della 51° Biennale Arti Visive di Venezia.

Il Padiglione sarà sito ai Giardini di Castello – Venezia, fra l’8 e l’11 Giugno 2005.

Il progetto è un’elaborazione fra le produzioni creative del Laboratorio Morion, Global Project, e il team "not4sale".
Le azioni che verranno compiute - in allegato breve abstract del progetto - saranno messe in pratica durante i giorni del vernissage istituzionale della Biennale.
Il "Padiglione Marte" - un unico fluxus di crew creative partecipate - sarà il momento dove le discipline dell’arte contemporanea si ibrideranno con i flussi sociali.
Le prime tre giornate prendono il titolo dalle regioni di Marte, come fossero una geografia del Pianeta – 8 giugno Tharsis, 9 giugno Vallis Marineris, 10 giugno Sytris Major. La quarta giornata – 11 giugno He/art Attack – l’attacco al cuore della terra. In chiusura – 12 giugno Planet – la materializzazione delle possibilità attraverso la MarsCard.
Marte, il pianeta della "nuova vita".
Marte diventa metaforicamente un’idea, come la Luna nelle avanguardie artistiche, un progetto, un’elaborazione. Un pianeta occupato dalle alternative e dalle possibilità.
Live set e mixed media con i più importanti esponenti della ricerca sonora e visiva – nuovi codici digitali – dell’underground contemporaneo.
Ritorni al futuro con il team Mutoid.
Incontri aperti con Gilberto Gil, Franco "Bifo" Berardi e la lucida ironia del progetto "Culto della Forza". Oltre alle performance di Lello Voce.
Una "illuminata" conversazione gentilmente concessa in forma audiovisiva - fruibile anche in rete - con Antonio Negri sul tema dell’arte e multitudo.
Appuntamenti con il "not human" contemporaneo. Retroprogramming e alchimie terrestri, la terra vista dall’alto.
Ambienti sonori, atmosfere post isolazioniste, ricerche in video e software art. Ma anche azioni partecipate e interventi itineranti verso luoghi o situazioni simbolicamente significativi dalla realtà cittadina.
Ma soprattutto "Mars Pavilion" sarà un’occasione unica di messa in rete di energie e utopie per la realizzazione di un futuro partecipato e sostenibile. Nel quale si auspica venga abrogato lo sfruttamento, il precariato, le bolle speculative e il marketing selvaggio.
"Mars Pavilion" dunque è un momento di connessione interdisciplinare che trova un naturale collocamento nell’habitat della creatività e della creazione artistica.

:::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::

MARS PAVILION laboratorio di resistenza artistica nel cuore della 51° Biennale Arti Visive
padiglione MARTE Giardini di Castello Venezia 8_11 giugno 2005

Il Padiglione Marte non nasce improvvisamente a pochi giorni dall'apertura della Biennale, né chiuderà definitivamente i battenti una volta conclusasi l'apertura della kermesse ufficiale.
Il Padiglione Marte è una tappa, il punto in cui una serie di percorsi collettivi e individuali (politici, culturali, artistici) hanno deciso di convergere temporaneamente per divenire visibili in un tentativo di somma coerente. Il Padiglione Marte è un meta Padiglione. La sua radicalità risiede principalmente nella riflessione intorno alla propria natura di contesto artistico, ovvero nella negazione stessa che un contesto "puramente" artistico possa essere un veicolo soddisfacente per tutti quei lavori (anche provenienti da ambiti attivisti) che oggi intendono parlare del nostro mondo, di globalizzazione o società. Il Padiglione Marte, essendo il frutto di uno sforzo collettivo, non segue un'unica direzione teorica. Ad esempio, non riconosce come proprio obiettivo prioritario la soppressione dell'esperienza estetica tradizionale e decontestualizzante, cioè quella appositamente immaginata per lo spazio espositivo istituzionale. Pur nella coscienza dell'importanza della formula espositiva (della padronanza del linguaggio mostra), il Padiglione Marte individua la propria forza principale nella sua natura di spazio occupato, risultato di una precisa volontà politica e di un'attitudine all'azione sociale che interpretano con la massima serietà il rapporto con il territorio. Ciò non significa che il Padiglione Marte accetti di incarnare una mentalità nazionalistica o provinciale, al contrario, esso vorrebbe situarsi all'interno di quell'irriducibile flusso di protesta globale che si oppone alle logiche neoliberiste e alla loro capacità di neutralizzare e alienare la radicalità, la differenza e la creatività.
Il Padiglione Marte si regge su di un paradosso, sull'impegno di un gruppo di alieni inalienabili, di Marziani fortemente decisi ad autodeterminare le proprie vite sul pianeta Terra.
Anche per noi Marziani l'esperienza riveste un ruolo di assoluta centralità, ecco perché molti di noi scelgono di calare la dimensione politica o dell'attività sociale all'interno della propria quotidianità, rifiutando così che il momento della delega attraverso il voto o attraverso la semplice beneficenza possa rappresentare il limite della nostra influenza su questa società.
Reclamiamo dunque per noi anche l'esperienza dell'arte, senza aprioristiche posizioni conflittuali, cercando di evitare le ingenuità linguistiche più grossolane, ma ben decisi a sperimentarla in maniera diretta oltrepassando i confini del milieu artistico istituzionale e dei suoi territori estetici, spesso imprescindibili, ma capaci di dissolvere l'esperienza in un illusorio fenomeno di fata morgana. Il Padiglione Marte può, questo con certezza assoluta, ricordare all'arte la sua possibilità di esprimersi all'interno di un panorama di maggiore complessità, fatto di pratica prolungata del territorio, di interessi e priorità fra loro differenti, di relazioni sociali extra-artistiche, ecc.

MARS PAVILION - artistic resistance laboratory in the heart of the 51st International Art Exhibition
Giardini di Castello Venezia 8_11 june 2005

Mars Pavilion opens June 9th but it is not abruptly born just a few days before the Art exhibition's grand opening, nor will it definetely close once official kermesse is over.
Mars Pavilion is a stage of a route, it is the starting point where a series of (political, cultural, artistic) collectives and inviduals chose to temporarly converge to become visible in a consistent try-out. Mars Pavilion is a hyper-pavilion. Its being radical mainly stands in the reflection about arts and their context: a purely and solely artistic context cannot become satisfactory vehicle to all those productions that today aim to be talking about our world, our society and about globalisation.
Mars Pavilion is the result of collective labour and it therefore does not follow a specific theory. It for instance does not believe that traditional aesthetics - i.e. the institutional expo - should be overwhelmed. We are well aware of the constitutional value of the exhibition's formula, but Mars Pavilion finds its own strength in being an occupied space, which comes as a precise political strategy and as a social action attitude that most seriously read the relation with its territory. This does not mean that Mars Pavilion's goals are set in a national and provincial mentality, it actually means that Mars Pavilion aims to be part of the irreducible flows that are global protests against neoliberism, which tries to neutralise differences, creativity and radicality.
Mars Pavilion stands in a paradox, in the involvement of aliens that cannot be alienated, of martians that are willing to self-detrminate thier lives on planet earth.
We - martians - believe that experiencing life is absolutely central and this is why many of us chose to have political and social action deeply rooted in our every day life. We refuse to think that elections or benefits are the border of our influence in this society.
We reclaim artistic experiences without banal conflicts or grotesque linguistic ingenuousness. We mean to experiment arts by overcoming institutional artistic milieu and aesthetisms, which are sometimes unignorable but which too often melt arts into an illusory mirage. Mars Pavilion can remind arts of their capacity of expressing a more complex panorama, made of territorial practices, of different interests and priorities, of social and extra-artistic relations, etc.

:::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::

Padiglione Marte _ Le Stalle dell’Esodo

Nei tempi che corrono a tutti coloro che vogliono lavorare è richiesto di essere dei “creativi”, di essere un po’ artisti e un po’ imprenditori, in sostanza di fare della propria vita un’utile e possibilmente gradevole strumento di profitto per il capitale. Il sistema dominante dell’arte non è estraneo a questo incitamento a operare sulla propria e altrui soggettività questa produzione di senso che conta come valore aggiunto la disposizione all’essere artisti nella vita quotidiana. Anzi, l’essere precari e l’essere artisti divengono sempre più dei sinonimi - basti pensare alle esperienze di lotta portate avanti dagli Intermittenti dello Spettacolo in Francia. Il sistema dell’arte non è nemmeno estraneo, va da sé, alla attuale trasformazione delle città e delle metropoli che ormai, per competere sul mercato globale, devono divenire produttrici seriali di eventi artistici – metropoli estetiche, territori creativi, fabbriche semiotiche… - per avere una chance di riuscire ad aggiudicarsi una fetta di profitto e di potere. Venezia è emblematica da questo punto di vista.
In realtà, a un rapido sguardo, non si comprende bene se sono i prodotti di consumo, la “volgare” merce, a influenzare la produzione d’arte oppure se vale il contrario; se è la soggettività diffusa a premere con la sua vita sulla generazione di opere d’arte oppure il contrario. Il fatto certo è che in una società egemonizzata dall’economia della conoscenza, come quella attuale, ogni cosa è avvolta o del tutto risucchiata in un sistema di sfruttamento della soggettività che prevede e prescrive che ciascuno esprima il proprio sé e lo metta al servizio del capitale. La perversione scopica tramite cui la televisione assoggetta la moltitudine è solo il concatenamento linguistico più significativo, molti altri in effetti sono i dispositivi di cattura della soggettività. Ma molte, moltissime, sono anche le armi della moltitudine. La generazione di armi estetiche è anzi da sempre una delle sue prerogative.
La Biennale dell’Arte per noi va decostruita a partire dal fatto che essa immagazzina, in un impressionante accumulo di esperienze immaginative, la quasi interezza della creatività delle moltitudini del globo e che per immagazzinarle poggia da un lato su di un territorio, Venezia e il suo hinterland, e dall’altro sul lavoro vivo, ovvero sui corpi cognitivi che questo territorio esprime: dalla comunità degli artisti ai tecnici della messa in scena, dagli intellettuali di vario tipo ai macchinisti e montatori di padiglioni, dagli studenti fino ad arrivare alla popolazione intera e infine al pubblico che valorizza l’esposizione e oggettivamente lavora per la Biennale. La Biennale - questo grande imbuto attraverso cui la creatività di tutti viene messa a lavoro dall’industria globale - dovrebbe pagare tutti questi soggetti indistintamente, altro che biglietto.
Non è in discussione il lavoro degli artisti bensì l’involucro politico-economico che li avvolge, il quale non riconosce alla cooperazione sociale che dà vita all’evento il suo ruolo di fondamento materiale dello stesso, anzi la sfrutta declinando in vario modo quella che è la dottrina economica neoliberista dominante precarizzando al massimo grado le attività lavorative che attorno e dentro l’evento si svolgono e imponendo una gestione dei flussi artistici in fin dei conti autoritaria. Per quanto intelligente possa essere, la figura stessa del curatore/dominus – praticamente del manager dell’esposizione – è un sintomo eloquente della logica di potere a cui l’arte è soggetta.
Non chiediamo di entrare in quanto “creativi” nell’esposizione ma dichiariamo, anzi, che come parte della moltitudine mettiamo a disposizione di che è dentro la possibilità di uscirne, di concatenare la propria soggettività alla vita dei precari e delle precarie che in questi giorni si muoveranno in città e fuori per mostrare ciò che non si può mostrare, per profanare l’improfanabile. Queste antiche stalle che abbiamo temporaneamente occupato per resistere al sistema integrato dell’arte-mercato sono quindi dedicate all’esodo: esodo dal lavoro e dalla fatica, dalla bruttezza del potere e dal mercato degli affetti, dal mercimonio dell’intelligenza e dalla cappa maleodorante che la guerra globale e permanente impone alla vite di tutti. Ogni opera è artistica solo se è anche un atto di resistenza, così come per noi resistere è sempre costruire bellezza.
Certo, abbiamo alcune pretese da far valere, cose piccole ma importanti come quella che al precariato non costi più di un euro aggirarsi in mezzo a ciò che esso ha contribuito a costruire e immaginare.
Se proprio ci vogliono tutti artisti bene, troveranno anche gli artigiani.

Mars Pavilion_Stalls of Exodus

Nowadays, it is required of everyone who wants to work - to be “one of the creators” - to be a little bit artist and a little bit business; substantially to make your life a useful and possibly agreeable profit instrument for capital. The dominant art system is not foreign to this incitement to operate on the subjectivities of yourself and others, this production of sense and the disposition to be an artist in daily life count as an added value. Better yet, being precarious and being artistic are evermore becoming synonyms - just think about the struggles experienced and pushed by the intermittent show workers in France. Nor is the art system foreign to the current transformations of the cities and metropolis that now, to compete in the global market, must become serial producers of artistic events - aesthetic metropolis, creative territories, semiotic industries… - to have a chance at getting a piece of profit and power for itself. Venice is emblematic from this point of view.
In reality, at a rapid glance, its not easily understood if they are consumption products, the “vulgar” merchandise, to influence artistic production or if it is the contrary. Certainly, the fact is that in a society hegemonized by the knowledge market, like the current one, everything is wrapped in or completely sucked up into a system of the exploitation of subjects and that expects and prescribes that each person expresses oneself and puts it to the service of capital. The scopic perversion through which the television subdues the multitudes is only the most significant linguistic link, many others are really the tools for capturing subjectivities. But many are also the arms of the multitudes. The creation of aesthetic arms has always been one of it’s prerogatives.
For us, the International Art Exposition should be deconstructed starting with the fact that it stores, in an impressive accumulation of imaginative experiences, the quasi wholeness of the creativity of the global multitudes and to store it lean it against a territory - Venice and its hinterland - on one side, and on the other against living work, which is to say on the cognitive bodies that this territory expresses: from the artistic community to the scene technicians, from the various types of intellects to the pavilion machinists and builders, from the students on until to the entire population and, in the end, the public that valorises the exposition and objectively works for the Art Exposition. The Expo – this great funnel across which everyone’s creativity is put to work by the global industry – should indistinctly pay all of these subjects, other than just the ticket.
What is in question is not the work of the artists but the political-economic cover that wraps it, the one that doesn’t recognize the social cooperation that gives life to the event, its own materially founding role, or rather the declining exploitation that which is the dominant neoliberalist economic doctrine maximizing the precariousness of the work activities that, surrounding and within the event, are developing and imposing a management of artistic fluxes for authoritarian ends. However intelligent it may be, the same figure of the curatore/dominus – practically from the manager of the Exposition – is an eloquent symptom for the logic of power to which art is subjected.
We’re not asking to enter as “creators” in the exposition. Rather, we declare that as a part of the multitudes we are making available what is possible to do, to link our subjectivities to the lives of the precarious that in these days are moving in and out of the city to demonstrate that which cannot be demonstrated, to spoil the unspoilable. These antique stalls that we have temporarily occupied to resist the integrated art-market system are therefore dedicated to the exodus: Exodus from work and fatigue, from the ugliness of power and the market of feelings, from the merchandizing of intelligence and the foul-smelling cloak that the permanent global war imposes on the lives of everyone. Every opera is artistic only if it is also an act of resistance, just as for us to resist is always to construct beauty.
Certainly, we have some claims to be made valued, small but important things like costing no more than one Euro for a precarious to walk around in something that she herself has contributed to build and imagine.
If they really love all artists, they will also find artisans.


:::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::

C'è vita intelligente su Marte, anzi molto intelligente, da molto tempo prima che iniziasse l'evoluzione della specie animale sulla Terra. Ad esempio i marziani conoscono oramai alla perfezione i postulati della fisica quantistica tanto da ritenere un assunto l'unicità di base dell'universo. Sanno che non si può scomporre un mondo in unità piccolissime o entità materiali dall'esistenza autonoma, poiché - via via che si penetra nella materia - tutto appare come una rete complessa di relazioni fra le varie parti. Per le stesse ragioni sanno che non esistono rigide barriere tra la mente e la sostanza di cui sono composti i corpi sensibili, così come sanno che la comprensione, anche in termini generali, è possibile solo a livello di interazione tra oggetto osservato e osservatore. Questa è, fondamentalmente, la ragione per cui i terrestri non sono mai riusciti a scorgere le loro presenze su Marte: i marziani anticipano le loro mosse e agiscono di conseguenza, per non essere scoperti.

- Non potete studiare un Marziano, sarà lui per primo a studiare voi -

I Marziani giocano con il facile inganno per cui è reale ciò che si percepisce coi sensi, di fatti con avanzatissimi mezzi tecnologici si descrivono alle menti umane come sabbia rossa e crateri e deserto. La ragione è molto semplice: temono come la morte la reazione della società terrestre in caso si diffondesse, con prove certe, la notizia della loro esistenza. La mentalità terrestre di esplorare e studiare nuovi territori per infine prenderne possesso, usarli per ottenere profitti a beneficio di pochi individui, li spaventa e li sconcerta. I Marziani leggono nel pensiero, prima che tra le righe, per cui ogni argomentazione che si potrebbe opporre (intervento in favore della ricerca, a scopi medici, conoscitivi, fino all'eventuale soccorso intergalattico) diventerebbe una misera scusa.

- I Marziani hanno codici diversi, i marziani sono onesti per natura -

Contrariamente a quanto la cultura terrestre ha erroneamente assorbito, anche i Marziani sono umani. Di corporatura e aspetto fisico simili ai terrestri, eccetto che nella tecnologia interna delle estremità sensibili, hanno sviluppato nel tempo una coscienza e una responsabilità enormemente superiori ai loro vicini dello spazio. Così, anche se non è nelle loro intenzioni interferire con il libero arbitrio terrestre, non hanno potuto evitare la calata in sordina sulla terra, temendo per la loro stessa sopravvivenza e per la salvaguardia degli interni equilibri spaziali. Vivono camuffati sul globo terrestre dall'esplosione delle bombe atomiche del 1945, avendo provato sulla loro pelle gli effetti artificialmente indotti della cosiddetta Teoria del Caos secondo la quale - in termini generali - un cambiamento anche minimo delle condizioni iniziali di un sistema di riferimento può, sulla lunga distanza, provocare mutamenti imprevedibili e di enorme portata.

- I Marziani combattono, poiché aborriscono, le forze involutive -

I Marziani sono spiritualmente evoluti e non concepiscono, a livello linguistico, il concetto di vita disgiunto da quello che nella Grecia antica era il valore aggiunto dato dal prefisso 'eu' (= buono). Va da sé che i loro approcci comunicativi coi fratelli intergalattici sono intrinsecamente positivi. Da ultimo tentano, proprio in questi giorni, i linguaggi e i contesti di partecipazione dell'arte istituendo un Padiglione Marte in prossimità dei luoghi e dei tempi di fruizione della 51. Mostra internazionale d'Arte della Biennale veneziana. In parte avvalendosi della collaborazione di forze terrestri confluite nella zona, in parte trasformandosi in attori , in ogni caso utilizzando le risorse del globo in favore del progresso di spirito e mente dei suoi abitanti.
Pur avendo essi oltrepassato da tempo le necessità dialettiche e le conseguenti forme esteriori dei dualismi sociali e filosofico-religiosi, si trovano qui costretti a riprodurne termini e strutture, di modo che possano essere elaborati anche dalle menti terrestri. Ovviamente ne auspicano il superamento, contro la sofferenza, in modo assolutamente naturale, dunque divino.

In questa particolare occasione la loro operazione va ben al di là dell'istituzione di un semplice luogo deputato alla decodifica dei messaggi artistici. I Marziani si impegnano per la messa in opera di luoghi - materiali e immateriali - di produzione, di scambio culturale, di intervento guidato dall'unica regola dell'apporto terrestre collettivo, nella misura in cui lo si possa sempre, e comunque, discutere. Si tratta di luoghi - individuati a Venezia nei Giardini di Castello e in internet alla pagina www.marspavilion.org - in cui tutti gli umani possono manipolare gli strumenti per dare forma a quelle precise volontà, emerse dal confronto, che in altri tempi i terrestri non avrebbero esitato a definire rivoluzionarie. Si tratta, in ultima istanza, di un'azione collaborativa e distribuita condotta in tempo reale, sempre ammettendo i canoni spazio-temporali terrestri. In quest'ottica le singole produzioni artistiche, i reportage fotografici e radiotelevisivi, i dibattiti, le interviste, le performance e le attività di laboratorio in programma si trovano ad interagire in un territorio franco, ancora una volta per intrinseca natura non esente dal conflitto. Le molteplici comunità dialettiche che una simile macro-struttura mette in relazione sono in costante movimento, e intaccano - rovesciandone i capisaldi di partenza - le stesse certezze d'intoccabilità marziane. Ma se i termini d'incontro tra i due stadi di civiltà differenti (terrestre e marziana) includono anche il concetto di misura, oltre che di valore, per le evidenti disparità tra loro esistenti, non ci potrà essere uno scambio realmente propositivo almeno fino alla sincera rinuncia umana della mentalità di sfruttamento. Finché sulla Terra prospererà l'idea di privilegio che è disparità tra le parti, invece dell'opportunità della condivisione e della conoscenza, le sonde e le navi spaziali inviate su Marte continueranno a trovare ancora e solo sabbia rossa e crateri e deserto, con i terrestri ad attendere segnali di risposta.

:::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::

Hack the art - Lab. Morion

La cre/Azione è costruzione concreta di uno spazio collettivo dove i saperi e il moltiplicarsi delle transazioni cognitive creano legami relazionali, affinità, condivisione e comunità generate dalla socializzazione del sapere stesso. Infinite sono le forme di ingegneria sociale che sanno interpretare e valorizzare strumenti e territori per creare uno spazio di sapere libero e auto-organizzato.
Smontare l'assetto fattuale e mercantile che ci presenta e trasmette il prodotto 'arte' significa: scomporre il sistema che lo produce in tanti moduli quanti sono i passaggi che negano diritti e bisogni alle comunità cognitive coinvolte, dalla tactical autonomy del migrante che trasporta o costruisce l'ambito in cui il sistema 'biennale ' si auto-rappresenta, alle prestazioni 'stagionali' o intermittenti di lavoratori e lavoratrici con contratti precari, la catena che garantisce la sussistenza e la sopravvivenza di una struttura-fabbrica di arte e cultura da cui essa stessa è esclusa.
L'operazione 'padiglione marte' risale la logica che soggiace al processo di mercificazione/privatizzazione della cultura e dei saperi per hackerarne l'assetto che fonda il suo potere sul controllo della creatività e della creazione, dell'esistenza e del desiderio. L'operazione contemporanea e parallela di reverse enginering biennale ci riguarda da vicino perché governa le nostre scelte di soggetti che mettono in relazione gli 'oggetti' della creazione, del sapere, dell'arte e della cultura da cui siamo espropriati per evidenziarne in dettaglio il loro percorso in un processo di costruzione che è collettivo e condiviso.

Tactical Art

Le dinamiche elaborate per auto-gestire il carico di 'intelligence' da condividere nascono dalla natura intimamente virale della comunicazione in rete, dell'informazione digitale che vive riproducendosi a 'zero' costo. La modulazione e la diffusione evolvono, trasformandolo, in uno spazio potenzialmente illimitato dove il 'connecting people' si libera dalla schiavitù dell'identità 'originale' o 'copia'. E' possibile interrompere il ciclo di vita della merce-sapere iniettando un flusso di pratiche cognitive radicalmente estranee alla gestione del biopotere, capaci di squilibrare e intaccare la sfera del 'knowledge management', delle tecnologie-mercato che controllano la conoscenza.
Siamo qui per potenziare la conoscenza sensibile del mondo in cui viviamo, per moltiplicarne visioni cre/hacktive , i nostri strumenti sono finalizzati all'incontro di percezione e tecnologia in tutte le sue forme e declinazioni storiche e contemporanee, dove l'apprendimento e la condivisione sono le basi di un esperienza collettiva e pubblica.
Invitiamo chiunque si senta in sintonia con il progetto a partecipare
e/o inviare documentazione.

:::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::

Dalle Commons al 'comune'
No alle regole della proprietà intellettuale,
sì alla condivisione delle opere e delle idee.

Di Agenzia Sociale della Casa

A Venezia c'è un vascello pirata, si chiama Laboratorio Morion.
...un vivere e sentire comune ai movimenti e al precariato sociale, la cui composizione varia, dal migrante all* studente/ssa, dalla famiglia al* pensionato/a che produce cultura e la sua libera circolazione. Oggi, concetti come libera circolazione della cultura può anche significare trasgressione ad una serie di norme che intendono dominare e condizionare l'accesso alla ricerca, alla produzione e alla fruizione di saperi, quindi disobbedienza ad un carico sempre più pesante e penalizzante di leggi. Oggi, alcuni attivisti sono in carcere per aver liberato l'accesso alla cultura e occupato delle case.
Si occupano le case e si 'occupa' la Rete per socializzare l'informazione e creare spazi dove sia possibile autogestire la propria precarietà e sperimentare delle pratiche di auto-reddito, spazi dove considerare e soddisfare esigenze vitali che possono diventare spunto di elaborazione e di crescita collettiva, spazi dove produrre autonomia e forme di riappropiazioni di beni.... una casa, i servizi, i trasporti, la salute, l'educazione e la formazione... sono diritti di tutti e per tutti.
L'utilizzo delle licenze e dei programmi liberi, il P2P (scaricare condividendo i file audio e musica) o il V2V (per immagini e video), sono risposte alla proprietà intellettuale e al copyright.
Il mediacenter - che organizza autoformazione e corsi di alfabetizzazione digitale, garantisce connettività gratuita, programma iniziative per autogestire progetti culturali, incontri e workshop - produce suoni e immagini, non solo di documentazione, dove ''comunicare' significa per esempio ASC e occupazioni creative e cooperative di case.
L'ASC è una risposta alla privatizzazione di quella risorsa sociale che è del patrimonio abitativo, costruisce iniziative comuni legate alla questione del diritto alla casa e del reddito. Il progetto ASC è uno strumento finalizzato alla produzione di auto-reddito. Soggettività affini o differenti, incontrandosi, condividono esperienze e conoscenze rispetto al territorio. Le lotte per la casa e il reddito producono 'informazione' utile alla comprensione 'ecologica' della città, alla consapevolezza delle sua risorse ambientali, alla garanzia del suo equilibrio sociale e alla gestione dei suoi bisogni.
l'ASC diffonde saperi e tecnologie orientate alla libera fruizione di spazi di vita individuali, collettivi e pubblici. L'ASC è un hacklabpermanente e quotidiano contro la mercificazione esponenziale della casa con la complicità delle amministrazioni pubbliche e delle società finanziarie, assicurative e immobiliari: uno spazio dove abitare è un diritto e le case devono essere spazi liberi dal mercato delle speculazioni politico/economiche. L'ASC è uno spazio abitato da soggetti che sperimentano tecniche ed elaborano strategie abitative, che occupano e resistono.